Quando suonò l’ultima campanella, l’aula rimase piena d’un silenzio che non aveva smesso di respirare. Il sole di giugno entrava di traverso, appoggiando una riga di luce su tre banchi come una sottolineatura. Le sedie accostate male, una felpa dimenticata, il gesso spezzato in due… gli oggetti stavano dove li aveva lasciati il tempo di un anno intero.
Raccolsi il registro, poi lo rimisi giù. Non avevo fretta. Quel giorno non si trattava di chiudere ma di lasciare aperto in modo giusto. Cominciai dalle carte. Ce n’erano ovunque: fogli a quadretti con i margini morsi, schemi, piccoli temi, ritagli. Li radunai in una pila sul tavolo, poi, quasi per gioco, decisi di leggerli senza cercare il nome. Una frase per foglio, nell’ordine in cui venivano. Mi dissi: «Vediamo che storia racconta la classe quando nessuno parla da solo».
Il primo era un foglio azzurro, strappato da un quaderno. In alto, in stampatello: Se mi chiedono da dove vengo, rispondo dal primo autobus del mattino. Sorrisi. Il secondo diceva: Ho imparato i verbi guardando mia madre: lei cucina al presente, sogna al futuro e chiede scusa al passato. Il terzo non era neppure una frase, ma una domanda: Si può essere coraggiosi senza fare rumore? Mi sedetti.
Il racconto continua in Specchi obliqui.
